Il maleficium, attraverso il quale la strega poteva agire negativamente su uomini, animali o vegetali, era sicuramente temuto dalle popolazioni, ma faceva anche parte integrante della loro cultura, soprattutto se contadina o montanara. Non era visto, perciò, come un crimine mostruoso, anche perché accadeva spesso che le stesse donne che si riteneva operassero per il male, potessero agire anche in senso benefico, ad esempio come guaritrici. Ciò che mutò radicalmente la posizione della “strega”, fu la teorizzazione, da parte del ceto “colto”, del suo rapporto pattizio con il Diavolo. La credenza che le streghe non fossero solo maghe, ma, soprattutto, adoratrici del Diavolo, le trasformò, oltre che in criminali, anche in eretiche e apostate che avevano rifiutato la fede cristiana per servire il nemico di Dio. Questo concetto fu esposto, dalla seconda metà del ‘400, in una serie di trattati di cui, certamente, il più famoso è il Malleus Maleficarum, opera di due inquisitori domenicani, autorizzati a procedere dalla bolla Summis desiderantes affectibus di papa Innocenzo VIII nel 1484: si trattava di Heinrich Krämer Insitorius (nome latino) e Jacob Sprenger. Alla fine del XV secolo il freddo, la carestia, le conseguenze della peste e delle scorribande di soldataglie allo sbando che flagellavano l’Europa, crearono un crescente stato di insicurezza tra le persone e tra le istituzioni. Occorreva un responsabile…ed il Malleus lo trovò. Iniziò così la caccia sistematica verso coloro che venivano ritenute la causa prima di tutti i mali, che ebbe, nei contenuti, un’evoluzione che fu di fondamentale importanza per la formulazione delle accuse. All’interno dell’idea di strega come “adoratrice del diavolo”, l’elemento determinate fu la volontà, cioè la decisione consapevole che la portava ad aderire al culto demoniaco. Nei secoli precedenti era presente, nel ceto colto, il concetto di “demoni” in grado di soggiogare la volontà di “donne scellerate”, come veniva espresso nel Canon Episcopi, scritto da Reginone di Prüm nel X secolo, ed entrato a far parte del diritto canonico della Chiesa nel XII secolo. Queste donne erano, quindi, considerate “strumenti” della volontà dei demoni (e non, come accadde in seguito, volontarie seguaci di Satana stesso), al punto tale che, lo stesso fatto di volare, era considerato un’illusione indotta dal demonio – generalmente durante il sonno – e non un avvenimento reale. Anche S.Agostino si occupò specificatamente di “demoni” nel suo scritto De Divinatione Daemonum, compilato tra il 406 ed il 411. In esso espone i privilegi che i demoni hanno mantenuto della loro natura angelica, ritenendoli capaci di provocare malattie ma, soprattutto, di insinuare “nei pensieri degli uomini certe visioni immaginative, tanto nella veglia come nel sonno“. Il sonno, quindi, in quanto dominato da demoni, fu visto, per tutto l’Alto Medioevo, con sospetto. Il pensiero di S.Agostino condizionò, in questo senso, tutta la demonologia Medioevale: inizialmente si ritenne, quindi, che le anime più deboli fossero vittime dei “fantasmi” suscitati dall’azione demoniaca, fino a quando si giunse all’idea di “patto volontario” che, come abbiamo visto, mutò totalmente gli scenari processuali. Il concetto della libera volontà del male come unica causa del male è, inoltre, ampiamente trattato da S. Agostino nel “De libero arbitrio”. Per Agostino “l’uomo è l’unica creatura in grado di mutare continuamente il suo destino, decidendo istante per istante se tendere al luogo di Dio“. Nel corso del Basso Medioevo, quindi, l’atteggiamento della Chiesa mutò, ritenendo che le donne accusate agissero consapevolmente e che compissero realmente tutte le azioni di cui erano accusate grazie allo scellerato “Patto con il Diavolo”. In tutte le vicende riguardanti le streghe, il Diavolo assunse, quindi, un ruolo determinante, sia come loro istigatore che complice, in modo tale che la sua immagine fu riproposta, attraverso i secoli, secondo un’iconografia tipica. Nel Medioevo la Chiesa non era ancora riuscita ad esorcizzare tutte le antiche divinità pagane. Alcune erano state “cristianizzate”, a volte fino al punto di farne dei Santi, ma molte ancora sopravvivevano nella cultura dell’epoca. Questi esseri, un tempo da tutti riconosciuti come divini, si riteneva si fossero rifugiati nelle profondità boschive, mantenendo, però, l’aspetto antico: Satana venne così facilmente identificato dalla Chiesa con il dio Pan. La lotta contro il paganesimo e le superstizioni (da cui derivò in buona parte la caccia alle streghe), passava, necessariamente, attraverso la demonizzazione degli dei pagani e Pan ben si prestava ad un’interpretazione demoniaca. Questa divinità pastorale greca, veniva raffigurata come un essere peloso con gambe e corna da caprone, busto umano, volto barbuto e orecchie a punta, identificabile anche con la figura del satiro, demone mezzo uomo e mezzo animale. Vagava per i boschi sempre alla ricerca del godimento sessuale, danzando e suonando il tipico strumento detto “siringa”. Ma Pan, in greco, significa anche “tutto”, in quanto egli era divinità di tutte le creature naturali; ciò lo legava particolarmente alla foresta e agli alberi (sua madre era Driope, ninfa della quercia) e, non a caso, proprio le foreste o i singoli alberi sono stati spesso considerati teatri di sabba (ad esempio il noce di Benevento). Coloro che si avventuravano nella foresta (della quale il clero diceva “aures shunt nemoris“-  i boschi hanno orecchie – dove negus indicava il bosco sacro, il nemeton celtico) rischiavano di incontrare gli antichi dei, non solo perché vi si erano rifugiati per sfuggire al cristianesimo, ma, essenzialmente, perché creature silvestri. Il terrore suscitato da questi incontri, altro non era se non il “panico“, parola con la quale veniva indicata l’improvvisa ed incontrollabile paura che si impadroniva di chi si trovava in un luogo isolato che ritenesse abitato dal dio Pan. I romani identificarono Pan con il dio Fauno. Fauni e Satiri divennero così diavoli “inferiori”, cioè gli incubi, quei demoni che si riteneva si impossessassero delle streghe durante il sonno. Con gli incubi agivano i succubi, demoni di aspetto femminile che seducevano gli uomini, meglio se  uomini di Chiesa (soprattutto monaci). Un dio cornuto esisteva, in realtà, anche nella mitologia celtica: si trattava di Cernunnos, spirito degli animali maschi cornuti – in particolare il cervo  –  e simbolo di fertilità. In esso molti studiosi hanno individuato una divinità degli esseri selvatici o un “Dio della caccia” . A questo proposito non è raro ritrovare in alcune leggende popolari, il diavolo celato sotto le spoglie di un cacciatore, che indossa abiti verdi o rossi. Il verde rimanda al suo legame con le divinità pagane della vegetazione, mentre, spesso, gli idoli pagani venivano dipinti di rosso. Per questo motivo, il colore rosso – oltre che per la sua attinenza con il fuoco e il sangue – è stato, in seguito, collegato agli inferi. Vediamo, quindi, come tutte le caratteristiche evidenziate finora, possano essere facilmente ricondotte a Satana e al Sabba: l’iconografia classica ci propone, infatti, il diavolo con zampe e zoccoli caprini, orecchie a punta e corna, mentre suona, balla o presiede alle danze, durante le riunioni delle sue adepte. Spesso viene raffigurato, durante i sabba, con un secondo viso sul deretano che, secondo il rituale, i partecipanti alla riunione dovevano baciare (Osculum Infame). Questo secondo viso è emblematico anche della doppiezza e dell’inganno che caratterizzano Satana. L’immagine del diavolo non si fossilizzò sullo stereotipo di Pan, ma, a volte, assunse, alcuni caratteri tipici di animali notturni. Ciò aveva una forte valenza simbolica poiché, l’animale che si muove nelle tenebre, si allontana dalla luce, intesa come Luce divina. Pertanto, spesso, i demoni furono raffigurati dotati di ali – in quanto angeli caduti in seguito alla ribellione a Dio – ma, per distinguerli dagli esseri celesti, con ali simili a quelle dei pipistrelli (che, notoriamente, si muovono solo nelle ore notturne). Queste ali, formate non da piume ma da una membrana, servivano a sottolineare il carattere “maledetto” di chi le portava: si trovavano, infatti, sul dorso – oltre che del diavolo – di animali infernali come il drago o il basilisco. Il simbolismo cristiano collegò le ali membranose all’idea di colui che pone le proprie facoltà intellettuali al servizio del male: Satana come Principe delle intelligenze pervertite o deviate. Inoltre le zampe caprine vennero, in alcune immagini,  sostituite da zampe di rapace, probabilmente gufi o civette, animali notturni che, come vedremo erano spesso associati alle streghe. Infine non furono infrequenti le rappresentazioni di demoni come figure umane ma dotati di corna, coda o orecchie a punta ed aspetto terrificante. Probabilmente queste caratteristiche volevano evidenziare anche lo stretto legame tra gli uomini (intesi come genere umano) e i demoni che li soggiogavano, che non erano qualcosa di totalmente “altro” rispetto a loro, ma l’immagine animalesca e terribile degli uomini stessi. Contro questo aspetto mostruoso dell’animo umano dovevano combattere gli uomini di Fede. Un ultimo attributo che, frequentemente, è visibile nelle raffigurazioni del diavolo, sono le mammelle, che, con ogni probabilità, derivano dalla Dea della fertilità Diana, associata dalla Chiesa, come abbiamo visto, al maligno.

 

Bibliografia

B.P.Levack, “La caccia alle streghe in Europa“, Editori Laterza, Bari 2006

J.Brosse, “Mitologia degli alberi“, dal giardino dell’Eden al legno della croce“, Bur, Rizzoli Editore, Milano 2010

L.CharbonneauLassay, “Il Bestiario di Cristo“, vol  I-II, Ed. Arkeios, Roma 1995

H.Biedermann, “Simboli“, Le Garzantine, Garzanti Libri, Milano 2008

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